la libertà è una Volvo rossa

L’appuntamento con G. è alle due e mezza nella sede del Coordinamento. G. arriva puntuale sbraitando contro il tempo. Dice che queste giornate di sole “malato” con temperature polari sono la sua rovina; preferisce l’inverno classico: umidità con pioggia o neve. Beviamo  un caffè e iniziamo subito a parlare.

Tu sei un classico “Veterano”, da quanto tempo sei in carrozzina?
40 anni, anno più anno meno.

Da dove vogliamo iniziare?
Dal prontosoccorso! Premetto subito che noi vecchi carrozzati siamo chiamati Reduci, perché ci siamo fatti male prima dell’introduzione dell’intervento chirurgico di stabilizzazione della colonna vertebrale. Io, appunto, non sono stato operato, ma ingessato completamente dalla testa a metà cosce. Bloccato a letto per settanta giorni in questa armatura. Si parla degli anni settanta.
Ho avuto l’incidente in provincia di Belluno e il Pronto Soccorso a Vittorio Veneto, perché quella era la struttura più vicina in grado di intervenire sulle lesioni midollari. Sono rimasto in coma per diciotto giorni, ed il sdiciannovesimo mi sono risvegliato alle Molinette, imbracato in questa armatura a guardare il soffitto.

Che lesione hai riportato?
Completa in d12/l1. La frattura si è rimarginata presto, ma una volta tolto il gesso, mi sono ritrovato una grossa piaga all’ischio ed una sul trocantere sinistro. All’inizio ero completamente paralizzato, con le braccia incrociate sul petto. Mi ricordo di un incredibile dolore alle braccia e che ero frastornato. Avevo cancellato il passato e mi sembrava di essere sempre stato così. Nell’incidente avevo avuto anche lo spostamento delle cervicali, ma le braccia si erano risvegliate e riuscivo a muoverle, come pure le mani. Non riuscivo a stirarle sia per il dolore che per i nervi che si erano ritirati. C’è voluto un mese di sofferenze e terapie per riacquistarne la padronanza. Nel frattempo anche la sensibilità era scesa sotto l’inguine.

Sei sempre stato alle Molinette?
No, dopo tre mesi dopo sono stato trasferito a Santa Corona (Pietra Ligure, SV) per la riabilitazione. Avevo il letto di fianco alla vetrata e da lì riuscivo a vedere il mare. Non avevo più il gesso, ma le due grosse piaghe da decubito sì, ed anche un atroce dolore alle gambe. Tutti mi dicevano che era un aspetto positivo, perché non erano morte. Non avevo il materasso, ma una decina di cuscini messi lateralmente per permettere l’aereazione. Sono rimasto sdraiato supino in quel letto per cinque mesi, il tempo che ci è voluto perché le piaghe si rimarginassero.Nel frattempo avevo cominciato la riabilitazione. La mia terapista si chiamava Maria. Veniva due volte al giorno. Mezz’ora la mattina per farmi dei massaggi, ed un ora nel pomeriggio per i movimenti articolari.

Eri sempre allettato?
Si, una volta guarito dalle piaghe ho iniziato a salire in carrozzina. I primi movimenti sono stati incerti, goffi, ma avevo tanta voglia di abbandonare il letto. Di vedere cosa c’era ancora di conosciuto intorno a me. Non avevo più voglia di tornare a letto. Insieme ad Aldo, un altro carozzato di Milano  passavamo il tempo ad andare in giro per Santa Corona. Dopo quindici mesi, ai primi di novembre, sono stato definitivamente dimesso e sono rientrato a casa mia. Non ricordavo un solo centimetro di quella casa. Tutto mi era sconosciuto. Vedevo gli spazi così ristretti tra un gingillo ed un mobile. La mia camera preferita, con il divano di pelle rossa, il tavolinetto con il portacenere di cristallo e l’accendino d’argento massiccio, il televisore e il giradischi ben puliti e vecchi d’usato. Tutto mi era maledettamente nuovo.  Fuori dalla finestra sentivo il rumore della vita che continuava, che poteva andare avanti anche senza di me. Non sapevo cosa fare, ma sapevo che dovevo inventarmi il futuro. Non sapevo da dove cominciare.
A Santa Corona mi ero messo con un’altra carozzata. Lei abitava a circa cinquanta kilometri da casa mia. Per un po’ mio fratello, più piccolo di me di quattro anni, ci fece da autista. Passavamo a prenderla nel pomeriggio della domenica e stavamo insieme fino verso le diciannove. Andavamo in giro in macchina senza una meta precisa. Tutti e due sul sedile di dietro, e mentre mio fratello guidava, noi limonavamo un po’. La cosa durò un paio di mesi, poi si esaurì lentamente. Non avevo più stimoli sessuali, e di conseguenza lei come donna non mi interessava e non avendo più altro da dirci, finimmo la relazione.

Avevi una qualche occupazione precisa?
No, passavo le giornate a letto a leggere libri, a cercare di scrivere un libro e a sbattermela. Ogni tanto davo una mano a mio padre nel suo lavoro, e quando faceva caldo andavo a pescare.

E poi?
Poi, un giorno, dopo cinque anni che ero tornato a casa, mi telefonò Aldo, il mio amico di Milano. Mi fa urlando :”G. hai saputo l’ultima?” La zeta, risposi io. Noooo, disse Aldo, mi sono comprato una macchina e guido per Milano. Hai ripreso a camminare, dissi. Nooo, guido con i comandi a mano una Volvo. Ma non scherzare, buttai lì. Aldo si fece serio e mi spiegò per filo e per segno come fare per tornare a guidare la macchina.
Finita la telefonata rimasi per moltissimo a pensare. Poi presi l’elenco telefonico e cominciai a telefonare a tutti gli autosaloni alla ricerca di una Volvo col cambio automatico. Finalmente una voce mi rispose che avevano quello che cercavo. Era usata, ed aveva il cambio automatico. Il giorno dopo, accompagnato da mio padre sono andato a comperarla. Il venditore mi disse anche che a Torino c’era un autofficina che montava i comandi a mano. Telefonò di persona al proprietario dell’autofficina e concordò con lui la modifica di guida. Diedi l’anticipo per bloccare la macchina e la settimana successiva andai a prenderla, con mio padre e mio fratello. Mio fratello fu il primo a guidare la Volvo. Nel tragitto dal concessionario all’autofficina. Ancora dieci giorni e finalmente avevo la mia nuova macchina. Nel frattempo avevo avviato le pratiche per ottenere la nuova patente. Dopo un mese avrei dovuto dare l’esame di guida finale. Salii sulla Volvo, girai la chiave e misi in moto. Non avevo più guidato da prima dell’incidente. Feci pressione sul cerchiello dell’accelleratore e sentivo che il motore rispondeva. Spinsi la leva del freno e sentivo che anche questo rispondeva. Spostai la leva del cambio sulla “D” e la mia macchina cominciò ad avanzare lentamente. Con un po’ di difficoltà uscii dal cortile dell’officina e mi ritrovai in strada. C’era poco traffico. Avanzai lentamente, con mio padre che mi seguiva. Cominciai allora a premere sul cerchiello. La velocità aumentava dolcemente. Non so quanto ci misi: un secondo, un minuto o un eternità, ma finalmente ero padrone del mio nuovo mezzo di locomozione. Da allora sono uscito da casa e praticamente non ci sono più tornato. Rivivevo. Con tutte le limitazioni, le barriere e le incomprensioni possibili, ma io potevo fregarmene di tutto. Finalmente decidevo io di cosa fare della mia vita. Basta avere in tasca i soldi per fare il pieno. Di li a poco la mia vita sarebbe cambiata del tutto. Ho risposto si all’ennesima lettera dell’associazione  che mi invitava a partecipare all’assemblea annuale per il rinnovo delle cariche sociali presso il tale indirizzo. E il sabato pomeriggio ho partecipato per la prima volta in vita mia ad una riunione di carozzati. Avevo trent’anni.

Quanto tempo era trascorso dall’incidente?
Esattamente otto anni, otto anni dopo l’incidente.
Finalmente riassaporavo la libertà e la respiravo a pieni polmoni. Spendevo il tesoretto che mi ero messo da parte con otto anni di pensione e di attesa. Passavo le notti vagando da una birreria all’altra con nuovi amici e ragazze da slinguazzare e toccare. E sono anche diventato un militante paratetraplegico. Dal settanta ad oggi ho viaggiato in nave, treno, aereo e con le mie circa venti macchine. Ho fatto vacanze in Italia e all’estero, sempre fregandomi degli sguardi indagatori degli altri. Ho avuto donne e convivenze. Mi sono riciclato tre volte a lavorare, guadagnando un po’ di soldini. Tanti ne ho spesi e goduti. Una cosa da allora ho sempre fatto. Partecipare attivamente nella società tramite l’associazione, dare il mio contributo e ascoltare tutti, anche quelle voci lontanissime dal mio pensiero. Non ho più niente da dire. Ho un vuoto di memoria. Se credi fammi domande precise ed io cercherò di rispondere.

No basta così, grazie.

 

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